21 -November -2017 - 18:38

Una notte in Tunisia, Haber al Quirino

Ha esordito ieri, 10 maggio 2011,  al Teatro Quirino Vittorio Gassman, la prima teatrale de “Una notte in Tunisia” di Vitaliano Trevisan (foto sopra), con Alessandro Haber, Martino Duane, Pia Lanciotti, Pietro Micci e con la regia di Andrée Ruth Shammah.

La storia è quella di un uomo stanco, avvilito, con un passato grigio alle spalle, che ritorna ad occupargli la mente con smisurati turbamenti .

Un uomo che vive in un presente di sconfitta, rabbia, impotenza, dolore, ira; un uomo che cerca di ripercorrere la propria vita leggendo sé stesso, i propri scritti, i suoi pensieri, scagliandosi, per la rabbia, contro tutti, amici e nemici, ma soprattutto contro la solitudine cui è stato condannato a vivere.

È la scrivania il campo di battaglia del tormento del personaggio proposto da Haber, oltre che l’elemento dominante della scena, un personaggio che, sostenuto dal fratello (Martino Duane), dalla moglie (Pia Lanciotti) e da Cecchin (uno straordinario Pietro Micci), cercherà di condurre questa “crociata” di liberazione contro se stesso, da se stesso.

Il destino di quest’ uomo politico sembra ormai stabilito, oltre che da un triste passato e da un ancor più mesto e squallido presente, dalla sua natura di guerriero stanco ed incapace di essere quello che non è, preferendo, come soluzione salvatrice, una degna morte ad una vita misera, nella quale, per cercare di vivere dignitosamente, dovrà fingersi un’altra persona; ma il doversi fingere altri da se stessi sarebbe comunque come morire.

Ecco che la trama si risolve con il protagonista che, come i “vinti” verghiani, non riuscirà a riscattarsi e si “suiciderà”, cadendo nel vuoto di una terrazza.

Un bravissimo Haber che, seppure leggendo la sua parte sui fogli poggiati sulla scrivania, ha reso molto bene il personaggio.

Con pacatezza, freddezza e quasi un’assoluta immobilità.

Restando a lungo seduto di fronte all’elemento dominante della scena.

Degno di nota e lode è Pietro Micci, che col suo "Cecchin" è riuscito a dare colore e ritmo ad uno spettacolo esageratamente lento.

Il tema affrontato, infine, è di natura molto interessante e coinvolgente ma, a giudicare dalla pacata sonnolenza diffusasi come un "cancro" (per usare una metafora teatrale) tra il pubblico, è evidente che l'uditorio non abbia condiviso la scelta registica di Andrée Ruth Sammah che, dando eccessiva importanza alle sole parole, ha inchiodato beckettianamente attori e personaggi nella scena, facendoli risultare, dunque, poco o per niente coinvolgenti nei confronti di un  pubblico che, non dimentichiamolo, è comunque "pagante".

Noi della db management&production c'eravamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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