21 -November -2017 - 18:40

"I Promessi Sposi", opera moderna.

“I Promessi Sposi”, opera moderna: un matrimonio da 5 milioni di euro … col padre della sposa in fibrillazione.

 

Sarà stato per i 5 milioni di euro investiti in quel matrimonio,  per quel pavido curato che ha sentenziato “questo matrimonio non s’ha da fare”, ma pare proprio che il padre della sposa, certo Michele Guardì, non stia passando notti tranquille.

Eppure, dopo le “pubblicazioni di matrimonio”, già celebrate  con clamore e successo, sotto la benedizione di San Siro in Milano, terra e gente molto critica verso i due “terroni”, quali sono il siciliano padre della sposa (Michele Guardì-per la regia) ed il conterraneo  zio (Pippo Flora –per le musiche), eppure –si diceva- benché superata positivamente la grande prova longobarda, l’appuntamento romano mette terrore.

Perché? Sarà forse per gli invitati attesi per la prima?

Abbiamo assistito, mercoledì 9 novembre, alle prove generali al Gran Teatro (durate fino a tarda notte) e l’atmosfera ci è parsa molto rigida.

Sotto l’apparente convinzione del “tutto procede secondo i piani”, si celava una tensione che poteva tagliarsi con un coltello.

I protagonisti erano tutti sparigliati, ognuno per i fatti suoi ed in attesa del proprio momento, per fare “ciascuno la sua parte” e poi ritornarsene nei camerini, in attesa di essere chiamati per la scena successiva.

E lì, nei camerini, a guardarsi il telefonino, a scambiare sms, a passare il tempo o ad auspicare che un soffio  di brio avesse la meglio sulla gelida quiete.

Vorremmo provare a creare una scena che dia l’idea di quel che appariva l’ambiente la sera prima del debutto capitolino.

Avete presente una di quelle serate natalizie desiderate con lo spirito di respirare il calore della famiglia, per stare tutti insieme, attorno ad un grande tavolo a parlare, scherzare, guardarsi, sorridersi?

Fratelli, sorelle, nipoti, cugini, zii… tutti "immaginati" riuniti in una atmosfera di festa apparente che poi si trasforma nella realtà di una buia serata in cui i più giovani vengono solo per salutare, i più anziani chiedono di essere accompagnati a dormire prima del previsto e restano le donne, da una parte, ad asciugare le stoviglie e gli uomini, dall'altra, sul divano e dormienti innanzi alla televisione... questa è stata l'atomosfera di quel mercoledì di prove generali.

E sì, mancava proprio quel brio che in altre occasioni noi della db management&production abbiamo avuto modo di cogliere ed apprezzare alle prove generali di spettacoli a cui abbiamo avuto il piacere di essere invitati.

In altre circostanze avevamo visto i protagonisti, gli stessi peraltro –ma in altre opere-, sorridere, scambiare battute, giocare ed anche scherzare…

E qui, un assaggino, in controtendenza con quello che pareva il noioso atteggiamento generale a cui tutti si erano un po’ uniformati, ce lo hanno dato Christian Gravina (Cardinal Borromeo e Frà Cristoforo) con una break-dance improvvisata durante una scena con Don Rodrigo, Graziano Galatone (Renzo) con un Can Can spiritoso e fuori programma fatto con Agnese, Lucia ed i due testimoni ed, in ultimo, Vittorio Matteucci (L'Innominato) con un ballo da discoteca improvvisato innanzi al M° Flora, alla Sig.ra Guardì ed ai tecnici della regia.

L’umore dei protagonisti sembrava essersi riscattato quando, nonostante resistesse alle insistenti pressioni di un coreografo preciso, meticoloso quanto ossessivo (Martino Muller, non una sola parola in italiano), è risprofondato nella tensione nonappena, in occasione dell’arrivo delle telecamere di un programma rai del primo pomeriggio, Michele Guardì, microfono in mano, è salito sul palco per “ritoccare le scene, i movimenti, le luci e tutto quanto fosse ritoccabile”, rigorosamente sotto la lente delle telecamere rai.

Sebbene possano apparire plausibili e diremmo quasi fisiologiche certe dinamiche alla vigilia di una prima, a noi della db management&production, restano da sciogliere alcuni nodi:

passi l’attacco di vanità del Guardì, regista sul palco, mentre l’encomiabile M° Flora –autore dei capolavori musicali dell’opera- era trascurato in platea; passi la preoccupazione del Guardì produttore e, dunque padre di un “prodotto” costato  5 milioni di euro, piuttosto che padre di “un opera” –dacché l’atteggiamento coi professionisti è stato identico a quello "datore di lavoro-dipendente", piuttosto che incentrato sul calore dei sentimenti che “la famiglia-compagnia” deve trasmettere al pubblico (con preoccupazione per gli incassi più che per la forma d’arte che si esprime); passi pure la preoccupazione per come reagirà il pubblico romano, che pure saprà apprezzare, ma una cosa certamente non può e non dovrebbe passare e voglia il caro Muller perdonarci: se noi italiani scegliamo o accettiamo di andare a lavorare all’estero, ci tocca obbligatoriamente imparare la lingua per meglio comunicare sul lavoro!

Perché al M° Muller si offre l’opportunità di lavorare in Italia e gli si riconosce anche l’autorità di imporre il proprio inglese ad un cast fatto di una decina di protagonisti cantanti e di ventidue acrobati ballerini, tutti rigorosamente italiani a cui non è stata rivolta una sola parola nella loro lingua?

Avrà contribuito anche la comunicazione estranea, tecnica e senza colore, a far calare quel gelo e quella tensione che abbiamo avuto impressione di soffrire anche noi?

Auspichiamo che per la sera della prima lo spirito di squadra della compagnia abbia la meglio, insieme all’arte in generale, sopra ogni genere di logica di mercato e che i sentimenti, i violini, le musiche, le voci vincano sui botteghini.  

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