21 -November -2017 - 18:36

"ROMANZO DI UNA STRAGE", recensione del film di M. Tullio Giordana

 

"ROMANZO DI UNA STRAGE",

la recensione del film di M. Tullio Giordana

 

 

Venerdì 30 marzo è uscito nelle sale il film “Romanzo di una strage”,  coraggiosamente diretto da Marco Tullio Giordana.

Anche in questa occasione, noi della db management&production abbiamo attentamente assistito alla proiezione romana presso il cinema “Giulio Cesare” al fine di apprezzarne il lavoro, la ricostruzione e tessitura degli eventi storiografici, le scelte registiche, le performances e le varie curiosità.

Il soggetto del film trae spunto e ripropone allo spettatore quell’evento che il 12 dicembre del 1969 macchiò indelebilmente la storia contemporanea del Paese, allorché in Milano, in Piazza Fontana, alle ore 16.37, presso la Banca Nazionale dell’ Agricoltura, esplosero una o due (?) bombe … di cui ancora oggi non è dato sapere. Di certo vi è che vi furono 17 morti ed 88 feriti.

Quella precisa azione terroristica segnò l’inizio, per l’Italia, di quella che verrà poi definita  “strategia della tensione”: anarchici da una parte (Circolo anarchico 22 marzo –avente personaggio di spicco in Pietro Valpreda- e Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa – avente personaggio di spicco in Giuseppe Pinelli-), neofascisti di Ordine Nuovo dall’altra, ma poi anche estrema sinistra, Servizi Segreti e Nato, il principe Valerio Junio Borghese e la X Mas, spionaggio e controspionaggio… Stato e Antistato.

Una gran confusione dettata dal terrore dell’avanzata comunista in Italia e, forse, anche voluta di proposito per destabilizzare la logica della politica del Paese; una gran confusione generata a “regola d’arte” per impedire agli inquirenti di giungere ad un epilogo di “vera giustizia”, come lamenterà il Lo Cascio-Procuratore.

Il regista Marco Tullio Giordana, in tutto questo, ha avuto l’abilità di mantenere illibata da ogni giudizio e pregiudizio la sua pellicola, dacché, ha inteso dedicarsi alla descrizione degli atroci eventi nella maniera più fredda ed oggettiva possibile.

Determinato a  rimanere neutrale rispetto alle teorie, senza avallare ipotesi ed opinioni alcune.

Sobrio persino nell’aver declinato l’opportunità di scelte registiche di “libera interpretazione da rimandare allo spettatore”.

Esclusiva cronaca giudiziaria, storica e politica.

Avvalendosi dei dati storiografici, ha fatto vivere allo spettatore lo stesso clima di tensione che si respirava in quegli anni, lo stesso sconcerto, la stessa confusione, lasciandoci tutti, al termine della proiezione, con molti interrogativi e nessuna risposta. E’ possibile che  Italiani attentino contro l’Italia? È plausibile che,  dopo tanta sofferenza e 43 anni già trascorsi, quella strage resti impunita? E che dire della nota di coda in cui si legge “Tutti gli indiziati furono assolti dalla Corte di Cassazione ed i familiari delle vittime furono condannati al rimborso delle spese processuali”?

Per descrivere le vicenda il regista si è avvalso di un cast d’eccezione:  il compianto Gianny Musy (recentemente scomparso) nei panni del prete confessore di Aldo Moro (Fabrizio Gifuni), un fantastico Pier Francesco Favino che, nel ruolo dell’anarchico milanese Giuseppe Pinelli, riesce a coinvolgere il pubblico, tanto per l’ottimo lavoro compiuto sul dialetto (lui è romano), quanto assumendo un ruolo guida nell’intera narrativa del film, sino al punto che , quando verrà a mancare, lo spettatore ne risentirà.

Non minore la performance di Valerio Mastrandrea, molto credibile nel ruolo del commissario Luigi Calabresi.

E che dire poi della “particolare” interpretazione di Fabrizio Gifuni nei panni di Aldo Moro?

"Particolare" perché se si può indiscutibilmente apprezzare la grande versatilità dell’attore, che diventa, ogni volta, un personaggio non mai uguale al precedente, né a se stesso, nei modi, nei gesti ed addirittura nella voce, in questo ruolo ci appare però carente della determinazione, della sicurezza e dell’ affermazione che appartennero allo statista che coraggiosamente stava cercando di “aprirsi a sinistra”.

Impeccabile pure l’interpretazione di Luigi Lo Cascio che, con la sua mimica tagliente, riesce a comunicare al pubblico la “purezza” del suo personaggio; in special modo quando, esplosa la bomba in Banca, dall’alto gli cade una piccola goccia di sangue sulla fronte: scena apparentemente priva di senso, che ne avrà uno profondo, ma abilmente velato, quando sarà letta in istantanea sequenza con quella successiva: la scena di Lo Cascio con la goccia di sangue sulla fronte si conclude con una inquadratura che si rivolge verso l’alto ed, in un tutt’uno, compare una nuova scena che parte dal basso ed arriva ad inquadrare il primo piano dell’ allora Presidente del Consiglio Mariano Rumor che, teso e nervoso, si terge il sudore sulla fronte con un fazzoletto bianco, come a voler suggerire che i colpevoli  del sangue delle vittime di quella strage andrebbero ricercati più in alto, al di sopra dei gruppi anarchici o estremisti, al di sopra di quel leale commissario, al di sopra di quell'onesto procuratore.

Romanzo di una strage è un film necessario e meditato, che fa nomi e cognomi dei demoni e dei fantasmi per i cui delitti ancora oggi paghiamo. Non sappiamo se resterà nella storia del nostro cinema, ma la speranza è che sia visto il più possibile dalle giovani generazioni che di tutto questo oscuro passato niente sanno: potrebbe forse insegnare loro a non accontentarsi delle facili parole di sdegno, di circostanza e di cordoglio, ma a pretendere di conoscere – sempre - la verità dei fatti.

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